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domenica 27 ottobre 2013

burini, cafoni e terroni (tutti insieme appassionatamente)




 Ieri sera, durante una cena, un parlante italofono ma non italiano, chiedeva di distinguere tra i tre termini qui sotto proposti. Si è dapprima evocato il termine *burino*.

È, detto termine, essenzialmente usato da nativi romani con dispregio (anche scherzoso) nei confronti di qualcuno che non abbia ricevuto i natali nella capitale e/o che risieda/sia nato/ nella regione Lazio.

Si usa spesso per dileggiare i tifosi laziali del football italiano (secondo il ragionamento che segue: se una persona è nata a Roma può solo tifare A.S. Roma, giacché la squadra della Lazio esprime il tifo dei nativi delle altre città della regione). L'etimo non è certo. C'è chi ritiene derivi da *burro* (scempiato della doppia consonante, come è uso nella dizione romana): burini sarebbero stati i venditori di burro provenienti dalle campagne attorno alla capitale e c'è chi ritiene provenga da *buris*, il manico dell'aratro.

Quale ne sia l'etimologia originale, il significato non cambia:

burìno

burino [etimo ignoto], region. - ■ agg. [che è caratterizzato da grossolanità di modi] ≈ cafone, grossolano, incivile, inurbano, maleducato, rozzo, rude, scostumato, villano, zotico. ↔ civile, cortese, distinto, educato, fine, gentile, raffinato, urbano. ■ s. m. (f. -a) [persona dai modi grossolani e maleducati] ≈ bifolco, buzzurro, cafone, maleducato, scostumato, screanzato, villano, zotico, zoticone. ↔ gentleman, (scherz.) signorino. ↑ snob.... [fonte: Treccani]

Leggete la risposta che dà Enrico Montesano (nella prima parte dell'intervista, poi diventa politica)



Di seguito: diversa cosa per la parola *cafone*, nata senza accezione negativa, a designare qualcuno che lavora nei campi "ca' funi" (con le funi). La parola è costantemente impiegata nel romanzo di Ignazio Silone Fontamara (si leggano qui le parole dell'autore) e troviamo un riutilizzo comico-parodistico nel film con Totò, Miseria e nobiltà. (dal minuto 1'24")






cafóne

cafone /ka'fone/ [etimo incerto]. - ■ s. m. (f. -a) 1. (merid.) [lavoratore dei campi] ≈ agricoltore, bifolco, campagnolo, contadino, (lett.) villano, (spreg.) zappaterra, zappatore. 2. (estens., spreg.) [persona rozza, grossolana] ≈ (spreg.) barrocciaio, bestia, bifolco, (region.) burino, buzzurro, campagnolo, caprone, ignorante, incivile, maleducato, ottentotto, scostumato, screanzato, (region.) tamarro, (spreg.) tanghero, villano, villanzone, zotico, zoticone. ↔ galantuomo, gentiluomo, gentleman, persona per bene, signore.
 [fonte: Treccani]


Più complessa, infine, la questione del *terrone* (si è anche sentito il sostantivo *Terronia*) - che ha per opposizione il termine *polentone* - e sta a designare, con gran dispregio (anche se a volte ci si scherza su), chi proviene dal Sud (un sud che per colui che pronuncia la parola inizia all'altezza di Roma - un tempo, sotto Napoli).

Aggiungo un video del meraviglioso film che è Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (l'arrivo della famiglia che proviene dalla Lucania - oggi Basilicata - al Nord):





terróne

terrone s. m. (f. -a) [der. di terra, prob. tratto dalle denominazioni di zone meridionali quali Terra di Lavoro (in Campania), Terra di Bari e Terra d’Otranto (in Puglia)]. – Appellativo dato, con intonazione spreg. (talvolta anche scherz.), dagli abitanti dell’Italia settentr. a quelli dell’Italia meridionale. [fonte: Treccani]


 

lunedì 12 dicembre 2011

Scarpe & affini: una parola multiuso

La scarpa e la lingua.
In realtà, dovremmo dire: le calzature, ché la scarpa non comprende gli stivali etc. Calzature comprende tutto il campo lessicale e semantico. Ma è un termine ormai desueto, che compare ancora soprattutto nelle insegne di vecchi negozi... di calzature.

Scarpa è la parola ormai invalsa per designare ciò che portiamo ai piedi, per cui diciamo in modo generico: "Debbo comprarmi le scarpe/Vado a comprarmi le scarpe/"  anche se magari pensiamo a un paio di stivali o di scarponcini.

Fermo restando che esistono tantissime parole per designare ogni tipo di calzatura, per il cui lessico rinvio a questo link, mi interessa riportare qui alcune espressioni idiomatiche e qualche proverbio legato alla scarpa & parole affini.

photo Jacqueline Spaccini ©2011

1) Togliersi un sassolino dalla scarpa
Un sassolino nella scarpa fa male, dà fastidio, quando lo si toglie si prova immediato sollievo. In senso traslato,  un sassolino nella scarpa è  quel che si ha - da tempo - nella mente o nel cuore, da dire, che non si è detto in nome del rispetto di una qualche regola di civiltà oppure perché impossibilitati. Toglierselo, metaforicamente parlando, ha una valenza di sentimento di rivalsa, più che di vendetta, e quella cosa che si dirà farà male a chi ne è il destinatario. Nella mente di chi si toglie il sassolino, ci sono frasi tipo: E invece se lo vuoi proprio sapere, adesso ti dico che...

2) Tenere un piede in due scarpe
Fisicamente è impossibile. Metaforicamente, parrebbe di sì. Atteggiamento tipico di chi è codardo e/o opportunista, il quale non prende una posizione chiara e univoca, quindi dice sì e sissignore a due schieramenti opposti (può essere riferito alla politica, ma anche a un uomo/una donna che stia contemporaneamente con due persone)

3) Appendere le scarpe al chiodo 
Ai tempi miei, si diceva scarpini (cioè un particolare tipo di calzatura sportiva). Ha due significati. Il primo è quasi fisico: appendendo le scarpe sportive al chiodo, si smette di fare attività sportiva agonistica; il secondo è più generale, sta a intendere che si è smesso di fare qualcosa e ci si è tolti dalla competizione, dalla mischia, ci si è ritirati, non facendo più quel qualcosa - più o meno particolare (le  bocce, il lavoro, l'amore, etc.) - che si faceva prima.

4) Fare le scarpe (a qualcuno)
Fingersi amico (o smettere di esserlo, fingendo di continuare a esserlo) di qualcuno per rubargli il posto di lavoro (o qualunque cosa che  l'altro facesse o  cui l'altro tenesse o mirasse).

5) Non c'è scarpa bella che non finisca per diventar ciabatta
Riferito in genere a un essere umano (ma anche a qualcosa cui in genere si ambisce). Tutto si guasta, si rovina.

6) Essere una scarpa 
In origine, riferito a un calciatore: non essere bravo, essere una schiappa. Non è per davvero un complimento, ma neppure un vero insulto. Non essere capace.
Da non confondere con (Essere/sentirsi una scarpa vecchia)

7) Essere un pantofolaio
Una persona che sta in pantofole, in casa,  magari seduto su una poltrona o stravaccato su di un divano:  essere indolente.

8) Contadino, scarpe grosse e cervello fino
detto molto noto che si basa sull'antica scarsa considerazione che si aveva dei contadini. Sta a indicare che il fatto che il contadino usi scarpe grosse (perché si lavora nei campi e si indossano zoccoli aut similia) non esclude che sia persona intelligente e, anzi, astuta.

9) Avere il cervello sotto la suola delle scarpe
Come sarebbe un cervello in tali condizioni? Stritolato, spiaccicato, piallato, frantumato, disintegrato. E dunque il significato è: non averne.

10) Avere [Stare con] una scarpa e una ciabatta ('na scarpa e 'na ciavatta, in dialetto romano)
L'ho sentita dire tante volte. Il significato è comprensibile: immaginate una persona che vada in giro così calzato. Quale immagine di sé evocherebbe? Di provvisorietà.
Esiste anche l'espressione Essere una scarpa e una ciabatta (variante: e uno zoccolo): detto di una coppia (anche politica, non solo amorosa), sta a indicare  che suddetta coppia è male assortita.

Ce ne sono tante altre. Sarei lieta di aggiungere espressioni nuove che voi conoscete bene o che avete letto/ sentito pronunciare/ anche una sola volta.


le mie scarpe al parco
P.S. Julien suggerisce: Fare la scarpetta. Giusto. La " scarpetta" è ripulire con il pane il piatto dove si è appena mangiato. In  genere, il sugo. Per un'immagine concreta, clicca qui.

domenica 30 ottobre 2011

Tavolo o Tavola?


A volte una lingua possiede una parola omnicomprensiva, penso al francese *table*.
Per questa parola, in italiano bisogna scomodarne  altre.
Ne inserisco alcune, ma la lista non è esaustiva (e comunque parte da un confronto francese-italiano):

photo by Jacqueline Spaccini © 2010
1. tavolo (s.m.) : quello che abbiamo in casa e che si trova in cucina e/o in sala da pranzo. Il tavolo.

1.1. tavolino (s.m.) : in genere, un tavolo basso che si mette davanti al divano o a una poltrona. Il tavolino. Può a volte intendersi come table de nuit (= *comodino*)


2. tavola (s.f.) : in genere, nel parlare comune, si intende la *tavola apparecchiata*, con tanto di tovaglia e vettovaglie. Tant'è che si dice: «A tavola!», quando si invitano le persone ad accomodarsi, per il pranzo o per la cena. La tavola.

 2.1. tavola (s.f.) : da intendersi come illustrazione all'interno di un libro. Si usa anche il francese planche.  lLa tavola (e la planche).

2.2. tavola pitagorica (s.f.) :  questa - detta anche *tabellina* (le tabelline in generale, la tabellina del 5, del 6, del 9, p.es. in particolare). La tavola pitagorica (da Pitagora, chiaramente), la tabellina.
2.2.1. tabella (s.f.) : questa, per es. quante ne preparo per mettere i voti ai miei studenti! La tabella (tableau francese)

2.3. tavola (s.f.) : nel senso di quadro (in genere, un olio) dipinto su legno. *tavola del Quattrocento*, *tavola fiamminga*, per es.

2.4. tavola (s.f.) da stiro... meglio dire:  asse da stiro L'asse da stiro è sostantivo maschile.

2.5. tavola (s.f.)  : nel senso di asse (del pavimento), così.

2.6.  tavola (s.f.). espressione: a) il mare è una tavola = è piatto; b) far onore alla tavola =  mangiare con gusto, di tutto e abbondantemente e mostrarlo; c) tavola rotonda = dibattito, riunione; d) vino da tavola = vino di qualità ordinaria; e) la buona tavola = trattoria/ristorante (aut similia) in cui si mangia bene;


3. tavolata (s.f.) : non è un oggetto, bensì l'insieme delle persone che si mettono a tavola. La tavolata è in genere sempre allegra (automatismo linguistico).


per i francesi:
épreuve sur table = compito in classe
table = banco (quello di scuola)
table de cuisson = piano cottura (in cucina)
table des matières = indice
table d'hôte = menù* (a prezzo e a orario fisso)
planche à voile = wind-surf

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* in italiano,la parola francese *menu* prende l'accento sulla *u* (= menù)

mercoledì 6 luglio 2011

Matrimonio morganatico

Francesco Didioni,  La bella Rosin, 1890 (link)

Leggevo ieri notte che la bela Rosin, come veniva chiamata Rosa Vercellana, non venne ammessa al capezzale del coniuge, il re Vittorio Emanuele II. I figli sì (ne avevano avuti due, Vittoria ed Emanuele), lei no. Perché?
Perché del re era soltanto la moglie morganatica.

Da ieri notte ripenso al fatto che pur sapendo che cosa significhi, non ho mai saputo da dove provenisse questa espressione; sicché stamani sono andata a documentarmi.

Intanto il significato. Quando si contrae matrimonio morganatico, significa che uno dei due contraenti (uomo o donna, quasi sempre donna) , uno dei due coniugi insomma, non ha gli stessi diritti di un coniuge normale. Il fatto è che uno dei due è un principe o una principessa e l'altro un borghese se non addirittura qualcuno di "bassa" estrazione. Uno di sangue blu e l'altro no.

Rosa Vercellana, piemontese d.o.c., era figlia di un militare fedele alla bandiera sabauda (tanto da rifiutare di servire Napoleone all'Elba, pur appartenendo alla Garde Impériale creata dal Còrso). Analfabeta (eh già!) quando incontrò il giovane re (ventisettenne) -  ma pur sempre maritato e padre di 4 figli - ne divenne (forse forzatamente, venne rapita dal re) l'amante a 14 anni. 
Contessa di Mirafiori e Fontanafredda a 25 anni (per volontà di Vittorio Emanuele, certo), visse in un castello acquistato per lei dal re; più tardi in una sua [sua, di lui] residenza privata presso Venaria Reale.

Théodore Géricault, Officier de la garde impériale (1814)

Divenuto vedovo nel 1855 della sposa-cugina Maria Adelaide, nel 1869, in punto di morte a causa di una grave malattia, Vittorio Emanuele II la sposa morganaticamente, Rosa (1). Il rito civile sarà ripetuto  alcuni anni dopo, nel 1877. Il re morirà 2 mesi dopo, nel gennaio del 1878.
Questo per la storia.

Etimologicamente parlando, la parola nasce parecchio tempo fa. Parola latina(2), ma "imbastardita" col germanico e longobardizzata, viene da *morgen gabe* (ted. mod.) [longob. = morgincap ], significa dono del mattino, cioè del mattino successivo alle  nozze che consisteva nel ricevere in dono 1/4 dei beni del coniuge. Il mattino dopo, perché le  nozze venivano celebrate di primo mattino (a differenza dei matrimoni normali che avevano luogo a mezzogiorno). Un matrimonio con restrizione, dunque. 

Curiosità: durante il rito,  lo sposo dava la mano sinistra alla sposa di rango inferiore, invece della destra, come era (e forse è ancora) costume.

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(1) Questa cosa mi ricorda Filomena Marturano.
(2) «matrimonium ad morganaticam» (lat. barb.)

venerdì 1 luglio 2011

OMAGGIO, I MIEI OMAGGI...


Volevo rendere omaggio a una amica della Magna Grecia calabra. Cercavo una parola su cui soffermarmi, ma non mi sovveniva nulla.

E poi ho pensato proprio a quella, *omaggio* che è una parola il cui significato giunge dal feudalesimo gallico, seppure di origine latina (da HOMINATICUM).

Sicché omaggio viene  da hommage (fr. provenz.) [che contiene la parola *homme*]. 

Che c'entra l'uomo con l'omaggio?


Poco, perché quell'uomo è in realtà da intendersi come servo, come vassallo, che si prostra davanti al suo signore e fa atto di fedeltà,  in ginocchio e con le mani protese avanti in quelle del suo signore padrone. Siamo nei dintorni del 1100 d.C.
Qualche tempo dopo, il termine si espanderà e l'omaggio passerà a significare anche un segno di deferenza, di cortesia, magari verso una dama (1165).

E allora, i miei omaggi!

domenica 23 gennaio 2011

Diminutivi, vezzeggiativi e compagnia bella (qualche esempio)

Quando si era piccoli, l'insegnante dava grande importanza ai sostantivi (o nomi comuni).
E non trascurava quell'importante corollario costituito dalle alterazioni (vezzeggiativi, diminutivi, accrescitivi e peggiorativi).

Apparentemente sembra facile.
Si prenda un sostantivo (sia esso maschile o femminile) nella forma singolare o plurale.

Esempio al femminile: casa/case.
Esempio al maschile:  ragazzo/ragazzi.

Vuoi il diminutivo? Togli l'ultima lettera [*cas*-], e aggiungi -ina, -ine, -ino, -ini
casina, casine // ragazzino/ragazzini ma anche:  -etta, -ette, -etto, -etti

casetta, casette//ragazzetto/ragazzetti

Vuoi il vezzeggiativo? Fai come sopra, ma aggiungi -uccia, -ucce,-uccio, -ucci
casuccia/casucce//ragazzuccio/ragazzucci... confesso di averli sentiti forse una o due volte nella vita.

Vuoi l'accrescitivo? + -ona, -one, -one, -oni
casona, casone// ragazzone, ragazzoni

Vuoi il peggiorativo? + -àccia, -àcce, -àccio, -àcci (ma anche -àstro, -ònzolo, -iciàttolo, -ùcolo: )
casaccia, casacce//ragazzaccio, ragazzacci

Sembra facile, ma poi ci sono i soliti ingarbugliapensieri...

E se volessi fare una parola che comprenda diminutivo + vezzeggiativo? Si può fare e non  si può fare: per esempio, casettina, esiste, ma ragazzinetto non esiste.


Mustang fotografato da Daniele Romano@2010
Ma prendiamo il caso di cane:
canino esiste, ma è un dente
cagnolino e cagnolina sono dunque il diminutivo (che già assomiglia a un vezzeggiativo), mentre cagnetto anche esiste, mi fa pensare che il cane in questione è piccolo, che fa tenerezza, ma non per forza che sia carino.

Il fatto che il diminutivo si è allargato, occupando lo spazio del vezzeggiativo, mentre il vezzeggiativo vero e proprio ha assunto un carattere restrittivo, direi anche connotato con sufficienza.
Una cosa caruccia non è proprio carina, le si dà un voto di sufficienza. Naturalmente, parlo del parlato comune di oggi.

Cagnone e cagnolone per l'accrescitivo e cagnaccio per il peggiorativo. Come vedete il problema di cane non sta nel suffisso, bensì nella radice della parola che acquista una *g (can* diventa cagn*).

E ne avrei da dire ancora. Ma mi fermo qui, per ora.

Per le false alterazioni che seguono, la fonte è wikipedia

Esempi

  • Falsi accrescitivi: botto / bottone, burro / burrone, gallo / gallone, lezio / lezione, pianto / piantone, picco / piccone, veglio / veglione
  • Falsi diminutivi: botto / bottino, caso / casino, matto / mattino, mulo / mulino, tacco / tacchino
  • Falsi peggiorativi: addio / addiaccio, foca / focaccia, polpo / polpacci
  • Falsi vezzeggiativi: aspo / aspetto, bolla / bolletta, gazza / gazzella, gazza / gazzetta, salvia / salvietta, stampa / stampella, tino / tinello
  • Cambi di genere: botola / botolo, mostra / mostro, banco / banca, colla / collo

venerdì 8 ottobre 2010

Storia della parola "vaglio" e suo utilizzo

Oggi, mentre leggevo un romanzo, la mia attenzione si è appuntata su questo passaggio:

Come la febbre mi lasciò fui ricondotto alla mia cella: ero così estenuato che da allora ci vissi senza ripugnanza. Il dottor Petti, medico del carcere, mi aveva raccomandato di prendere aria quanto più potessi, ma io non avevo forze bastanti per scendere nel "vaglio", il cortiletto dove ci era concesso di camminare su e giù come tristi belve in gabbia...

Il vaglio. E mi è venuto in mente quante volte diciamo (o sentiamo dire): passare al vaglio, la dichiarazione è al vaglio degli inquirenti... 
Ma che cos'è il vaglio?

Ho come al solito consultato il dizionario etimologico, scoprendo una volta di più che usiamo le parole correttamente, ma non sempre con cognizione di causa:


Insomma, una sorta di setaccio. E quindi di significato traslato in significato traslato, il cortiletto dei detenuti del romanzo che sto leggendo, doveva essere così stretto da assomigliare a un crivello, un setaccio.

crivello del XIX secolo (Castelvenere, Benevento)


Il romanzo in questione è Noi credevamo di Anna Banti.

sabato 10 luglio 2010

Storia di una parola: sciuscià


Solo i giovanissimi italiani oppure degli stranieri che non amino il cinema neorealista italiano possono ancora ignorare l'esistenza della parola *sciuscià*.

Ora non si usa più, ma nell'immediato dopoguerra, quando le truppe alleate erano stanziate o semplicemente attraversavano la penisola italica, era invalso questo mestiere, quello dello sciuscià.

Si tratta di un calco (deformato) di shoe-shine (americano), che i giovanissimi ragazzi italiani sentono come Sciù-sciai poi apocopato in > sciuscià.

De Sica - come vuole il neorealismo - trasferisce subito sullo schermo questa realtà, anche perché lo sciuscià è solitamente giovanissimo, poco più che un bimbo.

Con la partenza degli americani, il termine che rimase a designare tale lavoro fu lustrascarpe.

venerdì 9 luglio 2010

Femmina vs Donna: divagazione sul tema




Bimba, bambina, ragazzina, ragazzetta, ragazza, fanciulla (fanciullina), giovane donna, donna.



E femmina, allora?

Prendo spunto da una conversazione privata per cercare di spiegare brevemente come quando e perché si utilizza un termine piuttosto che un altro, quando come e perché uno dei due termini, femmina, può essere avvertito (anzi, è avvertito) come un insulto.

Aiutiamoci come al solito con l'etimologia.

Femmina < dal lat. foemina femina (colei che allatta, che nutre, che genera, che partorisce)


Femminuccia (inteso come debole), femminile, femminista/femminismo, femminiello < FŒMINA



Donna < dal lat. domina (signora)

 
Madonna, donzella, dama e damigella < DOMINA (non mi soffermo né su Dante né sul Dolce Stil Novo, tantomeno sui Preraffaelliti)


La disparità tra i sensi che si vogliono dare (o che stanno proprio dentro) alle parole è evidente.
Per questo motivo, in un tempo per fortuna ormai lontano, la parola femmina veniva usata dagli uomini (padri, fratelli, mariti, fidanzati e cugini; talvolta anche da donne) per rimettere a posto, ricondurre e sminuire (rabaisser, fr.) una donna: sei solo una femmina.
Come se il termine femmina fosse un disvalore, qualcosa di passivo.

Come sempre accade, i movimenti che nascono sull'onda di un momento critico assumono pienamente la parola in questione. Penso al Decadentismo. Penso all'Impressionismo.
E penso pure al Femminismo. Ma parlarne esula dalla mia volontà.

Tuttavia, *femmina* è DELIBERATAMENTE accettato e VOLONTARIAMENTE rivendicato in tali contesti (e neanche sempre, parlo in generale, eh):

1. al caldo sotto le coperte e al fresco tra le lenzuola (chi vuol intender, intenda)



2. volendo esasperare la propria femminilità (sono femmina caliente, per esempio)
3. in contrapposizione alla parola *maschio*



4. nella designazione del sesso di un bebè: è una femmina!, è una femminuccia (ricorderete il film: Speriamo che sia femmina).
E chi più ne ha, più ne metta.



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il simbolo < significa: *viene da*,  *deriva da*
il simbolo > significa: *si trasforma in*, *dà*

mercoledì 23 giugno 2010

Un caso di pseudoidentità di significato: serio vs serioso



Mentre leggevo On n'y voit rien, un testo del compianto Daniel Arasse (uno storico dell'arte), trovo questa frase:


«Ce ne serait pas sérieux. Serio ludere, "jouer sérieusement", tu connais pourtant ce proverbe  de   la  Renaissance (...). On dirait que, pour être sérieuse, tu devrais te prendre au sérieux,  être seriosa et non seria comme vous dites en italien (...). Toi, Giulia, seriosa? Par pitié !»[1].

No, mi dispiace, Daniel Arasse: serioso non significa prendersi sul serio, in italiano. Nessuno di noi si autodefinirebbe (per giunta come complimento) come serioso o seriosa. Mai e poi mai.


Aggiungo che sono gli altri che ci attribuiscono eventualmente tale atteggiamento: serioso/seriosa. 
E che è sempre e solo un atteggiamento superficiale e che inficia la reale serietà di una persona.

 

Rouault
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[1] «Non sarebbe serio. Serio ludere, "giocare seriamente", eppure lo conosci questo proverbio del Rinascimento (...). Si direbbe che, per essere seria, tu dovresti prenderti sul serio, essere seriosa e non seria, come dite voi in italiano (...). Tu seriosa? Pietà!», in: Daniel Arasse, On n'y voit rien, Paris, Folio essais, 2000, p.13. Mia la traduzione. Esiste la versione in italiano, dal titolo Non si vede niente.

sabato 19 giugno 2010

La storia di una parola: nostalgia

Nostalgia (1) viene dal greco “nostos” “ritorno” e “algos” “dolore”, ma è un greco di conio moderno; alsaziano per la precisione. Il primo ad aver usato il termine è tale Johannes Hofer, laureando in medicina originario di Mulhouse, nel 1688. 

Argomento della sua tesi di laurea era quella malattia che spesso coglieva gli svizzeri durante il servizio militare in eserciti stranieri. E’ solo alla fine dell’Ottocento che tale termine esce dai confini medici, più precisamente nel 1874.





Lo ritroviamo come titolo di un poemetto carducciano (Nostalgia, 1874), in cui il poeta ritorna col pensiero alla Maremma e alla sua adolescenza. Se in Malombra (1881) di Fogazzaro, la “nostalgia” è uno stato d’animo di profonda tristezza per la patria lontana (nel romanzo, è la moglie di Steinegge che a New York si ammala di nostalgia), in tempi più moderni, “nostalgia” accoglie, unendoli, due significati: unisce al vagheggiamento della terra perduta anche il sentimento di malinconia struggente per un’epoca che non c’è più o meglio per la giovinezza ch’era in essa contenuta, fino ad accogliere anche l’accezione negativa in senso politico.

Se torniamo al significato introdotto da Giosuè Carducci nel suo poemetto, ci si rende conto che nostalgia è la mancanza di qualcosa che non fa più parte del presente durativo dell’esistenza di un individuo: terra lontana, passato, gioventù, sogni e speranze, mettono in moto la memoria e con essa il tentativo di recuperare quel che è perduto, fissandolo sulla pagina scritta. Ma quanto più è lontano nel tempo quel che si vuole recuperare con la memoria, tanto più difficile risulterà l’oggettivazione di tale operazione (2).

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(1) Cfr. Cortellazzo-Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, 3/I-N. Bologna, Zanichelli, 1983, p. 810.
(2) Le informazioni sono tratte da « La memoria ritrovata in Cesare Pavese. Riflessioni su La luna e i falò a confronto con Il Quartiere di Vasco Pratolini», in :  Jacqueline SPACCINI, Aveva il viso di pietra scolpita. Cinque saggi sull'opera di Cesare Pavese. Roma, Aracne editrice, 2010, pp. 15-16.

lunedì 29 marzo 2010

Gitano, zingaro, rom o tzigano?


Preparo una lezione su un libro di Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997, Feltrinelli), il quale esordisce così:

«Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato l'anno prima Agostinho da Silva, detto Franz il Tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell'alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l'esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse fra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.
-Che fa El Rey a quest'ora, anima in pena dei nostri morti andalusi?
La voce di sua moglie era pastosa e incerta come di chi si sta svegliando. Sua moglie gli parlava sempre in geringonça, un miscuglio di lingua dei gitani, di portoghese e di andaluso. E lo chiamava El Rey. La voce di sua moglie era pastosa e incerta come di chi si sta svegliando. Sua moglie gli parlava sempre in geringonça, un miscuglio di lingua dei gitani, di portoghese e di andaluso. E lo chiamava El Rey».


Giusto per raccapezzarci un poco sull'uso odierno di alcune parole in Italia...

Le parole che in Italia servono a denominare un certo gruppo di persone sono : zingaro, rom, nomade, gitano, tzigano (più raro: zigano). Sono messi in ordine di diffusione nell’uso comune, ma non tutti sono politically correct. Da ricordare comunque che vengono usati un po’ tutti, questi termini. Gitano e tzigano sono usati in senso poetico. Rom è un termine usato spesso in campo giudiziario. Nomade in campo giornalistico. Zingaro è trans-settoriale.

Zingaro

zingaro [zìn-ga-ro] s.m. (f. -ra)

1 Appartenente a un gruppo etnico originario dell'India, stanziatosi successivamente anche in Europa e nel resto del mondo, che conduce vita perloppiù nomade: accampamento di zingari

2 In similitudini e usi fig., persona girovaga, incline o soggetta a continui cambiamenti di sede: condurre una vita da z.; con valore spreg., persona dall'aspetto trascurato: così disordinato, sei proprio uno zingaro!

  • dim. zingarello

• sec. XV

è spesso usato in senso dispregiativo o comunque negativo; in realtà, il termine è quello con il quale si auto-designano coloro i quali vivono stanzialmente in Italia e che possiedono case.[1]

Rom (apocope della parola “romanì”) sono gli zingari nomadi provenienti dalla Romania (o dalle cosiddette zone balcaniche).

Nomade: termine generale per indicare gli zingari che non sono stanziali, quelli che si muovono su roulotte (ci sarebbe tanto da dire sulla differenza tra caravane e roulotte, mais laissons)

Gitano: (specifico) zingaro originario della Spagna

Tzigano: (specifico) zingaro della zona danubiana, solitamente suona il violino (violino tzigano).

Quindi il fatto che Tabucchi abbia scelto il termine gitano è perfettamente adeguato, trattandosi di uno zingaro proveniente dalla Spagna che vive in Portogallo (comunque nella penisola iberica). [2]



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[1] Almeno, secondo quanto mi fu detto dagli zingari Casagrande, alcuni dei quali frequentavano un liceo in cui ho insegnato alcuni anni fa.

[2]Che a Tabucchi stia particolarmente a cuore la sorte degli zingari, lo prova anche un testo da lui pubblicato due anni dopo, nel 1999, dal titolo: Gli Zingari e il Rinascimento; sottotitolo: vivere da rom a Firenze (Un libro a mezza strada tra il reportage e il pamphlet).