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giovedì 28 gennaio 2010

Gli italiani sono mammoni?

Sì, lo sono. Se la mamma lo consente loro, lo sono.

Ma chi è il mammone?



Lo dice la parola: mamma, qualcuno eccessivamente (di qui l'accrescitivo -one) attaccato alla sua mamma. Naturalmente, mammone lo si è dopo una certa età (superata l'adolescenza), prima si è edipici.


L'identikit del mammone è il seguente: adulto (almeno 30enne), dipendente dal giudizio materno (mamma ha detto questo..., mamma pensa... mamma suggerisce), giudizio che relaziona come fonte di verità alla fidanzata o moglie di turno. È convinto che solo la mamma gli vuole bene e in sua presenza regredisce con atteggiamenti infantili. La mamma in questione spesso lo tratta come un bimbo e lo chiama non con il suo nome bensì con il diminutivo affibbiatogli quand'era piccolo.

Il mammone ha urgenza di farsi sentire spesso dalla mamma (per telefono se abita lontano), con una visita se abita nella stessa città. In viaggio, spesso porta un regalo alla mamma. Ama farsi coccolare da lei, con carezze o attenzioni (la mamma gli prepara la colazione o gli spazzola le scarpe).

Non è qualcosa di sessuale, è proprio un cordone ombelicale che non si spezza. Non fa male a nessuno, ma le compagne dei mammoni è bene che sappiano che prima o poi il mammone le trasformerà nella loro mamma...

P.S. Per un periodo della sua vita, quando è innamorato, il mammone pensa di detestare la sua mamma.


P.S. Parole simili: Esiste la mammona? Esistono il papone e la papona? La prima quasi sì; la seconda sì, ma con diverso significato (il papà è grande, oppure termine accrescitivo usato come vezzeggiativo all'indirizzo del padre): la terza no. Riflessione...

giovedì 29 ottobre 2009

Il latinorum temuto da Renzo Tramaglino e non solo

Renzo Tramaglino e il dottor Azzeccagarbugli
(I Promessi Sposi, cap. III)

Una cosa che piace immensamente agli italiani che scrivono saggi (ma anche che parlano un italiano corretto) è quello di infarcire il loro dire di espressioni latine (per non parlare di quelle francesi).


Sicché mentre Oltralpe, tutto viene rigorosamente tradotto nella lingua di accoglienza, in Italia si troveranno qua e là - metto giusto un assaggio - espressioni di questo tipo:

ante litteram - prima che la parola (o il concetto) esistesse


sic et simpliciter - così semplicemente, nudo e crudo


nec plus ultra - il massimo


a priori/a posteriori - prima ancora di sapere/conoscere/fare; dopo aver conosciuto/saputo/fatto, ecc.


mea culpa - tra due virgole, modo affettato di prendersi una colpa, ma più che altro per il motivo esposto nella locuzione che segue (captatio benevolentiae)


captatio benevolentiae - accaparrarsi la benevolenza, accattivarsi la simpatia (insomma, per piacere da subito ed esser perdonato - eventualmente - di aver pensato/detto/fatto qualcosa di sbagliato)

(dire una cosa) in camera caritatis (me lo diceva sempre un mio superiore, cioè) - lontano da orecchie indiscrete ( io troncavo subito la discussione: odiavo ed odio tale espressione)


incipit (più raro: explicit) inizio (epilogo, finale)


vexata quaestio - domanda, questione controversa sulla quale non si è ancora raggiunto un accordo comune


busillis - di difficile soluzione (in Francia c'è un alternativo, simile, ma non identico: voilà le hic, cioè: qui sta il problema)


lento pede (oppure pedibus calcantibus) - a piedi (con i piedi, fig. = à la va-vite, a volo d'uccello, alla carlona, male)


obtorto collo - di malavoglia, contro la (mia) volontà


ubi maior minor cessat - taccio, giacché dov'è il maggiore (superiore o di carica o di bravura), il minore deve tacere.
E quindi, in quanto minor, se qualcuno di voi vuol aggiungere altre espressioni che lui/lei usa quotidianamente, Prego, si accomodi.


En passant, aggiungo qui tre espressioni francesi - tout court - che sono molto à la page (anche se quest'espressione non è più dans le vent).



Per chi avesse voglia di approfondire, basta andare sull'onnipresente wikipedia a locuzioni latine, non potendovela dare brevi manu, metto qui il link.

E su gentile indicazione di un amico rigorosamente Anonymous, aggiungo un esilarante video:


giovedì 1 ottobre 2009

A richiesta


Grazie al contatore del traffico visite, vedo che ci sono persone che ritornano qui.

Se avete domande, dubbi, richieste (mi rivolgo SOPRATTUTTO MA NON SOLTANTO agli stranieri), chiedete via mail (a sinistra, sotto alle info personali) e - se posso - pubblicherò un post sul vostro argomento.

Tutti i significati della parola "stazione"




In italiano, stazione è una parola onnicomprensiva, molto più che nelle altre lingue. Deriva da un verbo latino, STARE, che significa STARE FERMO.

La stazione è quella dei treni (stazione ferroviaria), della metropolitana (anche se in genere si preferisce dire "fermata", come per i bus: nessuno dirà mai "A quale stazione scendi?"), dei tram, delle navi (stazione marittima), diventa appena un po' più moderna per l'aerostazione o la stazione spaziale (vecchia parola della fine degli anni '60).

La stazione può anche essere una stagione del cuore, della vita.
E non sono 14, le stazioni che percorre il Cristo nella sua via crucis?
Ma stazione (prima, seconda, difficilmente si arriva a una terza) è persino una fase di interpretazione di un testo letterario, per esempio.
E poi ci sono stazioni meteorologiche, dell'arte, qualcosa che assomiglia spesso a une halte più che a una vera e propria stazione.

Se dico stazione, così, che vi viene in mente?

A me, questo. Ma non esiste più, da molto prima che nascessi.


lunedì 21 settembre 2009

Come pronunciare correttamente una parola



Vuoi sapere come si pronuncia una determinata parola
in una determinata lingua?

CLICCA QUI

L'ho appena scoperto: è un sito che offre la possibilità di ascoltare la pronuncia "nativa" delle parole in 26 lingue diverse.

Che cosa bisogna fare?

1. Nella zona ENTER TEXT scrivete la parola (per esempio: PIZZA)

2. Nella zona LANGUAGE cercate nella tendina la lingua che vi interessa (in tal caso: ITALIAN)

3. Nella zona VOICE scegliete la voce (meglio quelle femminili)

4. Cliccate poi su SAY IT!


Certo, se sapete leggere l'alfabeto fonetico internazionale, perché come dice il puffo Quattrocchi... è meglio...

sabato 19 settembre 2009

Che cosa significa la parola "menefreghismo"

Chissà perché (ma chissà perché, eh?) questa parola mi gira nella testa da un bel po' di tempo:

menefreghismo

ma anche menefreghista e ovviamente l'espressione Me ne frego!

Sono andata a rileggermi quando come e perché questa parola è comparsa nel lessico familiare italiano (qualcosa ricordavo, ma volevo essere sicura).

Ricorda il Migliorini-Baldelli[1], che il motto Me ne frego lo usava Gabriele D'Annunzio per intestare la sua carta da lettere nel 1912 (copiando, peraltro, Olindo Guerrieri).
Diventerà in breve il motto degli squadristi a Fiume e nasceranno menefreghista e menefreghismo.

Similmente in francese abbiamo l'espressione je-m'en-foutisme (ma traducendo per bene, sarebbe meglio usare je-m'en-fichisme). Nello slang inglese, abbiamo don't-give-a-damn attitude.

Chissà se Rhett Buttler che nella versione italiana del 1939 di Via col vento replicava con un Francamente, me ne infischio [2], a Scarlett O' Hara che gli chiede, in lacrime,

Se te ne vai, che sarà di me? Che farò?

oggi direbbe Bella mia, la sai una cosa? Me ne frego altamente!

___________
[1]B. Migliorini - I. Baldelli. Breve storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1979, 10a ristampa. Ho fatto in tempo ad avere Ignazio Baldelli come mio professore di Storia della Lingua Italiana alla Sapienza. All'epoca, Luca Serianni era il suo giovane assistente.
[2]Frankly, my dear, I don't give a damn.

martedì 15 settembre 2009

No accento qui, sì accento là



Ci vuole o non vi vuole? 


Be', intanto su blu NON va nessun accento!

Allora, come scrivono i Cruscanti, tutte le parole hanno l'accento, ma la maggior parte delle volte tale accento è tonico (lo pronunciamo, ma non lo scriviamo).

Tuttavia, la sottoscritta è tra tra coloro i quali aggiungono l'accento quando pensano che si possa ingenerare confusione nella comprensione (es. subito/subìto, àncora/ancora, principi/princìpi)...

Quello che va segnato obbligatoriamente è comunque l'accento che cade sull'ultima sillaba (città, virtù, tornò, finì, etc.), se cade sull'ultima sillaba (ho studenti che mettono l'accento sulle parole VITA o RINASCITA... finiscono per a, ma noi non leggiamo vità, rinascità... come si farebbe naturalmente se la parola fosse francese. Se fosse francese, ma non lo è).

Il problema si pone in genere in presenza di monosillabi, cioè di parole di senso compiuto composte da UNA SOLA SILLABA, in genere di due lettere (ecco perché scrivo: già e giù con l'accento: le lettere sono tre e perciò potrei pronunciare: gì-a, gì-u).

Solitamente, non correggo mai nessuno se leggo determinate parole accentate quando non andrebbero accentate...

Però, già che ci siamo, vediamo di fare un memento qui sotto.

Intanto ricordiamo che l'accento [acuto o grave] è una cosa e l'apostrofo [ ' ] un'altra.

La logica mi suggerisce che di norma l'accento non andrebbe se diversa pronuncia non è possibile, tuttavia NON vogliono l'accento i monosillabi:

su [preposizione, avverbio]

do [la nota musicale che altrove è detta ut / la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare]

so [prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo sapere]
[se incontrate so' è la forma apocopata e dialettale di sono (essi/esse/loro sono)]

sto // sta [prima e terza persona singolare del presente indicativo del verbo stare]

qui, qua [avverbi di luogo]

fa [terza persona singolare del presente indicativo del verbo fare] e va [idem, ma per il verbo andare]

(se vogliono dire fai e vai, allora prendono l'apocope che chiamiamo apostrofo e diventano:
fa' la cosa giusta (fai);
va'
dove ti porta il cuore (vai),
ma MAI l'accento

Poi ci sono quelli che potremo chiamare i gemelli eterozigoti (attenzione dunque al significato, ché la presenza/assenza dell'accento modifica il senso del monosillabo)

la (articolo determinativo femminile singolare) - là (avverbio di luogo)
li (pronome personale complemento oggetto maschile plurale) - lì (avverbio di luogo)
se (ipotetico o condizionale, corrisponde all'inglese if) - sé (pronome personale 3a p. m./f., sing./pl)
si (nome della nota musicale/pronome impersonale, corrisponde al francese on) - sì (avverbio di affermazione)
ne (pronome personale) - né (congiunzione)
di (preposizione semplice) - dì (sinonimo di giorno - da non confondere con di')
e (congiunzione) - è (presente indicativo del verbo essere 3a persona singolare)
te (pronome personale) - tè (= tea engl., thé fr.)

Quando sé è seguìto da stesso /medesimo io non metto l'accento = se stesso (ma i cruscanti continuano a segnarlo)

Aggiornamenti:

1. da non dimenticare che (congiunzione e/o pronome) ché (contrazione di poiché, sicché, perché)

2. E mi raccomando: perché, poiché, sicché (accento acuto, vocale chiusa), è (accento grave, vocale aperta)...

3. po' (con l'apocope, contrazione di *poco*) e MAI