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giovedì 1 ottobre 2009

Tutti i significati della parola "stazione"




In italiano, stazione è una parola onnicomprensiva, molto più che nelle altre lingue. Deriva da un verbo latino, STARE, che significa STARE FERMO.

La stazione è quella dei treni (stazione ferroviaria), della metropolitana (anche se in genere si preferisce dire "fermata", come per i bus: nessuno dirà mai "A quale stazione scendi?"), dei tram, delle navi (stazione marittima), diventa appena un po' più moderna per l'aerostazione o la stazione spaziale (vecchia parola della fine degli anni '60).

La stazione può anche essere una stagione del cuore, della vita.
E non sono 14, le stazioni che percorre il Cristo nella sua via crucis?
Ma stazione (prima, seconda, difficilmente si arriva a una terza) è persino una fase di interpretazione di un testo letterario, per esempio.
E poi ci sono stazioni meteorologiche, dell'arte, qualcosa che assomiglia spesso a une halte più che a una vera e propria stazione.

Se dico stazione, così, che vi viene in mente?

A me, questo. Ma non esiste più, da molto prima che nascessi.


lunedì 21 settembre 2009

Come pronunciare correttamente una parola



Vuoi sapere come si pronuncia una determinata parola
in una determinata lingua?

CLICCA QUI

L'ho appena scoperto: è un sito che offre la possibilità di ascoltare la pronuncia "nativa" delle parole in 26 lingue diverse.

Che cosa bisogna fare?

1. Nella zona ENTER TEXT scrivete la parola (per esempio: PIZZA)

2. Nella zona LANGUAGE cercate nella tendina la lingua che vi interessa (in tal caso: ITALIAN)

3. Nella zona VOICE scegliete la voce (meglio quelle femminili)

4. Cliccate poi su SAY IT!


Certo, se sapete leggere l'alfabeto fonetico internazionale, perché come dice il puffo Quattrocchi... è meglio...

sabato 19 settembre 2009

Che cosa significa la parola "menefreghismo"

Chissà perché (ma chissà perché, eh?) questa parola mi gira nella testa da un bel po' di tempo:

menefreghismo

ma anche menefreghista e ovviamente l'espressione Me ne frego!

Sono andata a rileggermi quando come e perché questa parola è comparsa nel lessico familiare italiano (qualcosa ricordavo, ma volevo essere sicura).

Ricorda il Migliorini-Baldelli[1], che il motto Me ne frego lo usava Gabriele D'Annunzio per intestare la sua carta da lettere nel 1912 (copiando, peraltro, Olindo Guerrieri).
Diventerà in breve il motto degli squadristi a Fiume e nasceranno menefreghista e menefreghismo.

Similmente in francese abbiamo l'espressione je-m'en-foutisme (ma traducendo per bene, sarebbe meglio usare je-m'en-fichisme). Nello slang inglese, abbiamo don't-give-a-damn attitude.

Chissà se Rhett Buttler che nella versione italiana del 1939 di Via col vento replicava con un Francamente, me ne infischio [2], a Scarlett O' Hara che gli chiede, in lacrime,

Se te ne vai, che sarà di me? Che farò?

oggi direbbe Bella mia, la sai una cosa? Me ne frego altamente!

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[1]B. Migliorini - I. Baldelli. Breve storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1979, 10a ristampa. Ho fatto in tempo ad avere Ignazio Baldelli come mio professore di Storia della Lingua Italiana alla Sapienza. All'epoca, Luca Serianni era il suo giovane assistente.
[2]Frankly, my dear, I don't give a damn.

martedì 15 settembre 2009

No accento qui, sì accento là



Ci vuole o non vi vuole? 


Be', intanto su blu NON va nessun accento!

Allora, come scrivono i Cruscanti, tutte le parole hanno l'accento, ma la maggior parte delle volte tale accento è tonico (lo pronunciamo, ma non lo scriviamo).

Tuttavia, la sottoscritta è tra tra coloro i quali aggiungono l'accento quando pensano che si possa ingenerare confusione nella comprensione (es. subito/subìto, àncora/ancora, principi/princìpi)...

Quello che va segnato obbligatoriamente è comunque l'accento che cade sull'ultima sillaba (città, virtù, tornò, finì, etc.), se cade sull'ultima sillaba (ho studenti che mettono l'accento sulle parole VITA o RINASCITA... finiscono per a, ma noi non leggiamo vità, rinascità... come si farebbe naturalmente se la parola fosse francese. Se fosse francese, ma non lo è).

Il problema si pone in genere in presenza di monosillabi, cioè di parole di senso compiuto composte da UNA SOLA SILLABA, in genere di due lettere (ecco perché scrivo: già e giù con l'accento: le lettere sono tre e perciò potrei pronunciare: gì-a, gì-u).

Solitamente, non correggo mai nessuno se leggo determinate parole accentate quando non andrebbero accentate...

Però, già che ci siamo, vediamo di fare un memento qui sotto.

Intanto ricordiamo che l'accento [acuto o grave] è una cosa e l'apostrofo [ ' ] un'altra.

La logica mi suggerisce che di norma l'accento non andrebbe se diversa pronuncia non è possibile, tuttavia NON vogliono l'accento i monosillabi:

su [preposizione, avverbio]

do [la nota musicale che altrove è detta ut / la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo dare]

so [prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo sapere]
[se incontrate so' è la forma apocopata e dialettale di sono (essi/esse/loro sono)]

sto // sta [prima e terza persona singolare del presente indicativo del verbo stare]

qui, qua [avverbi di luogo]

fa [terza persona singolare del presente indicativo del verbo fare] e va [idem, ma per il verbo andare]

(se vogliono dire fai e vai, allora prendono l'apocope che chiamiamo apostrofo e diventano:
fa' la cosa giusta (fai);
va'
dove ti porta il cuore (vai),
ma MAI l'accento

Poi ci sono quelli che potremo chiamare i gemelli eterozigoti (attenzione dunque al significato, ché la presenza/assenza dell'accento modifica il senso del monosillabo)

la (articolo determinativo femminile singolare) - là (avverbio di luogo)
li (pronome personale complemento oggetto maschile plurale) - lì (avverbio di luogo)
se (ipotetico o condizionale, corrisponde all'inglese if) - sé (pronome personale 3a p. m./f., sing./pl)
si (nome della nota musicale/pronome impersonale, corrisponde al francese on) - sì (avverbio di affermazione)
ne (pronome personale) - né (congiunzione)
di (preposizione semplice) - dì (sinonimo di giorno - da non confondere con di')
e (congiunzione) - è (presente indicativo del verbo essere 3a persona singolare)
te (pronome personale) - tè (= tea engl., thé fr.)

Quando sé è seguìto da stesso /medesimo io non metto l'accento = se stesso (ma i cruscanti continuano a segnarlo)

Aggiornamenti:

1. da non dimenticare che (congiunzione e/o pronome) ché (contrazione di poiché, sicché, perché)

2. E mi raccomando: perché, poiché, sicché (accento acuto, vocale chiusa), è (accento grave, vocale aperta)...

3. po' (con l'apocope, contrazione di *poco*) e MAI



venerdì 28 agosto 2009

la battuta ironica in una sola parola

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sì, vabbè
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L'ironia, in genere, è nazionale e compresa solo dai nativi.
Non vale per l'humour britannico e per l'ironia americana poiché la tv e il cinema nonché la letteratura ci hanno abituato a riconoscere (a decriptare) battute, frasi e gesti di secondo grado.

Chi non è italiano, può rimanere interdetto dall'uso ironico di una sola parola che - metatestualmente - vuol dire altro (spesso - appunto - il suo opposto).

Prendiamo una parola dalla grafia altalenante, ma non nel caso ironico: vabbè.
Se la battuta è da intendersi ironica, spesso la parola è preceduta da.

- Non ti preoccupare: andrà tutto per il meglio!
- Sì, vabbè.

Il che vuol dire: "Senti, io non credo affatto, al contrario. Se lo pensi, ti fai delle pie illusioni".

Se invece il "sì, vabbè" è seguìto da una frase, preceduta da "ma", vuol dire " sì, probabilmente, hai ragione in proposito, ma resto dell'opinione che..."







sabato 4 luglio 2009

Cafone! Cafone a chi?


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La parola: cafone (cioè coloro che andavano in città, al mercato, co' a fune = *con la fune*, perché portavano il bestiame con sé); per estensione, contadini del Sud.
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(a partire da 1'40")

Nel film con Totò Miseria e Nobiltà, 1954), il cafone è il personaggio di sinistra, cappellaccio un po' sformato, giacca spiegazzata di chi lavora la terra, il cafone è un po' come il contadino del detto scarpe grosse cervello fino,[1] solo che il cervello non è fino, cioè non è furbo.

Bestia da soma, lavora ed è sfruttato, poco capisce di ciò che esuli dal suo lavoro, spesso non sa leggere (nel film, Totò è lo scrivano pubblico cui il cafone si rivolge), ignora le buone maniere.




Da qui una serie di parole hanno subìto un significato traslato che si è connotato socialmente (in senso figurato). Oltre a cafone[2], ci sono villano e zotico.

In un romanzo di fine '800 o anche in Fontamara (1930, di Ignazio Silone), i cafoni sono i lavoratori della terra, i contadini.



Curiosità
: esiste anche il pane cafone (metto il video per prepararlo).






Oggi? Un cafone è qualcuno che è maleducato. Si dice "Cafone!", "Sei un cafone!", "Lei è un cafone!" a qualcuno che ci ha fatto una scortesia palese, spesso ci ha risposto male, o ha un atteggiamento rozzo, incivile e anche incurante della sua poca urbanità.

Cafone è anche chi fa alza il dito medio, all'americana (pare però che il gestaccio lo abbiano inventato i francesi), eh?



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[1] Si pensi al personaggio televisivo/teatrale creato da Martufello (nella vita: Fabrizio Maturani)
[2]In francese, goujat (in origine *valet d'armée*) ha subìto medesima sorte.

mercoledì 1 luglio 2009

Espressione tipicamente italiana: Mamma mia

Qui i mamma mia si sono sprecati: prima, durante e dopoGiustifica

Mamma mia è un'espressione che solo un italiano può pronunciare. Se a dirlo, d'improvviso, come moto di reazione immediato è qualcuno che non è italiano, significa che ormai lo è diventato.

Mamma mia si usa a ogni pié sospinto:

Ci versiamo addosso il caffè bollente?
D'istinto, esce di bocca un mamma mia!

Qualcuno ci spaventa anche solo perché ci appare d'improvviso davanti ed eravamo soprappensiero?

... Mamma mia, che spavento/paura!

Non ci aspettavamo qualcosa di negativo che ci ha delusi, amareggiati, facciamo fatica a crederlo, abbiamo le labbra ripiegate all'ingiù? Ecco un riprovevole (magari con la testa che sconsolatamente fa no, no, no):

Mamma mia...

Una bella sorpresa, vediamo un bimbo stupendo figlio di un'amica per esempio, abbiamo vinto qualcosa, siamo emozionati per un evento che accadrà?

Mamma mia (che bello)!


L'avrete capito: insieme con , no, ok, magari, eccome, insomma, dunque, allora... mamma mia è usatissimo.

Personalmente, lo userò 350 volte al giorno. (E mamma mia, che esagerata!)

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Attenzione: per dire l'equivalente di (my) mom, (ma) maman, (meine) Mutti = la mia mamma
(mia mamma- senza l'articolo determinativo - un regionalismo dell'Italia del Nord e come tale non è necessariamente da evitare, ma da usare con cognizione di causa).